Convegno internazionale Roma e Terni, 9 e 10 dicembre 2004
Il convegno sulla figura di Mario Ridolfi architetto, è stato promosso dall'Accademia Nazionale di San Luca, dalla direzione Generale per l'Arte e l'Achitettura Contemporanee e dall'Istituto Nazionale per la grafica, in occasione del centenario della sua nascita. L'evento ha aperto la celebrazione di questa ricorrenza.
Il convegno si è aperto in data 9 dicembre 2004, nella sala Pietro da Cortona, al Palazzo dei Conservatori in Campidoglio.
La parola viene presa per i saluti di rito, da Mariapia Garavaglia, vicesindaco di Roma, in sostituzione di Walter Veltroni, ed in seguito da Luciano Scalia, direttore generale per i beni librari e gli Istituti culturali,da Pietro Cascella, Presidente dell'accademia nazionale di San Luca, e da Roberto Morassut, assessore all'urbanistica.
Quest'ultimo in particolare, offre degli spunti interessanti da cui iniziare la trattazione. L' approccio organico di Ridolfi, che parte dalla città, fino ad arrivare al dettaglio costruttivo; la nascita di tutti gli edifici da un'idea iniziale, composta di forme geometriche semplici, e materiali comuni, come mattoni e maioliche; l'importanza dell'artigianato. L'idea, a cui si accennava, porta in seguito ad una ricerca formale, la quale si esplica attraverso tre caratteri principali: i contenuti, i materiali, ed i dettagli.
Dopo l'intervento dell'assessore, inizia il convegno vero e proprio. Riportiamo nell'ordine i relatori che avrebbero dovuto discutere come da programma, con i relativi argomenti, andando in seguito ad approfondire gli interventi più interessanti.
Paolo Portoghesi : il realismo di Mario Ridolfi
Vittorio Gregotti : Dal neorealismo al realismo critico
Guido Canella : Mario Ridolfi e la cultura italiana del secondo dopoguerra: Ridolfi e Milano
Carlo Aymonino : Mario Ridolfi 1904-1984
Carlo Melograni : Vita difficile di Mario Ridolfi
Marisa Cinciari Rodano : L'attività e la figura di Mario Ridolfi in seno al Consiglio comunale di Roma
Enrico Crispolti : Mario Ridolfi e le arti figurative contemporanee
Partiamo dalla discussione di Paolo Portoghesi , il quale si concentra sul periodo realista che si contrappone al periodo che va dal 1934 al 1940, che coincide con la fase razionalista dell'architetto, il quale prende spunto dalle opere di Loos e Terragni. Interessante è il progetto per il Palazzo della Civiltà, per l'esposizione universale di Roma del '42. In questo progetto si allontana dal razionalismo, a causa della politica autarchica del regime, ma anche per dubbi che si facevano avanti nella persona di Ridolfi. E' evidente il riferimento a palazzo Farnese, in cui i tre piani si restringono verso l'alto.E' pensato un rivestimento in marmo bianchissimo, per un'edificio che non serve a niente, semplice materia purissima. C'è un'atmosfera metafisica.
Nell'azienda agricola “Guglielmo Visocchi”, in cui si può notare una rilettura dei borghi medievali, inizia a farsi strada la fase realista, che nasce in contrapposizione alla “disperazione” precedente; alla guerra, si oppone la coralità umana. E' il popolo ciò che è veramente genuino. Il suo è un realismo come accettazione della storia.
Portoghesi inizia così un parallelo tra il cinema realista di Rossellini, e l'architettura realista di Ridolfi. Lo stesso regista affermava: “ Il realismo, per me, non è che la forma artistica della verità. Quando la verità è ricostituita, si raggiunge l'espressione”. In questo si nota una profonda analogia con Ridolfi. Riguardo alla sua professione, diceva che “ Il mio è un mestiere che si apprende quotidianamente: è il mestiere di uomo ” . Il film realistico era composto principalmente da coralità, immaginazione e fantasià. L'uomo si trova continuamente a doversi rapportare con due “opposti” che si relazionano a loro volta tra loro: la realtà e la fantasia.
Ridolfi amava lavorare su ogni progetto, come un caso particolare, che va studiato di volta in volta. Infatti pensava che “ la prefabbricazione è come un parcheggio di case, è triste, non è personale, un progetto dovrebbe essere come un'abito fatto su misura”. Pensa che l'architettura sia fatta di rapporti fisici ben proporzionati, come se fosse una donna. Fondamentale è la conoscenza dei materiali, per poterne fare un buon uso; inoltre è più importante ricercare la qualità, che non la quantità.
Un momento importante, non solo dell'opera ridolfiana, ma di tutta l'architettura italiana, è la progettazione e costruzione delle case di viale Etiopia, tra il 1951 ed il 1954. Con queste abitazioni si fa avanti un'idea di città diversa dai modelli tipologici della periferia romana; non utilizza “l'isolato”, ma degli edifici diagonali che lascano lo spazio aperto, e lo predispongono ad un uso collettivo. Gli edifici esaltano “la romanità”, ed instaurano un dialogo architettonico con il centro storico. Riguardo all'aspetto architettonico , c'è l'ingrossamnetodei pilastri all'altezza delle logge, così come già si apprendeva da Vitruvio. E' evidente inoltre la tripartizione. C'è ancora un trattamento plastico delle travi, che sono tagliate dal gocciolatoio.
Carlo Aymonino parla della sua esperienza diretta, avendo lavorato con Ridolfi e Quaroni al quartiere Tiburtino. Afferma di avere 3 maestri: Ridolfi per l'architettura, Quaroni per la cultura della città e Rogers per la critica architettonica. Sottolinea in seguito la differenza di metodo che c'era tra Ridolfi e Quaroni. Nel progettare il quartiere Tiburtino, iniziarono utilizzando il “metodo Quaroni”: avendo una striscia di case da progettare, andavano avanti progettando di volta in volta. Dopo averlo fatto, lo stesso Quaroni suggerisce di mostrare il lavoro realizzato a Ridolfi, il quale smonta il progetto, suggerendo di utilizzare delle tipologie edilizie ripetute. Inoltre per far capire l'attaccamento di Ridolfi al progetto, Aymonino racconta un aneddoto: recatosi in cantiere, l'architetto si accorge di un muretto non costruito a dovere; chiede al muratore di demolirlo e di rifarlo. In seguito al rifiuto dell'operaio, è lo stesso Ridolfi che lo distrugge a calci.
Anche Carlo Melograni parla della sua esperienza personale con Ridolfi, avendolo conosciuto nel '42, e racconta brevemente la vita dell'architetto, ed in particolare la formazione. Lascia l'istruzione alle scuole secondarie, per andare a fare il disegnatore presso un ingegnere, da cui ottiene il pagamento di corsi serali. Dopo la laurea, presa quasi da autodidatta, vince una borsa di studio, con la quale si stabilisce in Germania dal 1933 al 1938, fino all'emanazione delle leggi razziali. Qui stringe importanti e proficui rapporti con architetti tedeschi, che lo seguiranno poi in Italia.
Presentatosi ad un concorso per una cattedra universitaria, non risulterà neanche idoneo.
Un momento importante della vita progettuale di Ridolfi, è il progetto per la Stazione Termini. Il lavoro arriverà solamete terzo ex-aequo, ma il grande atrio-biglietteria verrà ripreso in seguito dai vincitori, che lo riproposero in scala maggiore, rapportandolo con le terme. Questo fu uno di quegli episodi che gli fecero perdere la fiducia di costruire un determinato genere di interventi. Alla fine dellla sua vita, Ridolfi è solo e ferito. Questa condizione si riflette sulle sue opere tarde. Lavora anche ad un “sillabario” degli architetti, che diventa però troppo complesso per esssere utilizzato.
Marisa Cinciari Rodano , presenta Ridolfi sotto un altro aspetto: quello della sua attività politica al Consiglio Comunale di Roma tra il 1946 ed il 1952. Si concentra in particolare su tre argomenti: Il PRG e lo sviluppo urbanistico; gli standard edilizi nei PEEP; l'abusivismo e la speculazione sulle aree fabbricabili, contro cui propone una politica attiva e l'acquisizione delle aree.
Cerca di proporre degli interventi di qualità, dando a tutti la possibilità di vivere in abitazioni dignitose. Per questo si oppone alle “case minime”, in cui avrebbe dovuto vivere un'intera famiglia con soli 16 mq. E' contrario anche alla distribuzione di 4 appartamenti per pianerottolo, poichè ciò consente una sola esposizione per ognuno, portando così dei problemi di ventilazione.
La conferenza continua nel pomeriggio all' Accademia Nazionale di San Luca. Il programma prevedeva questi interventi:
Claudia Conforti : Gli anni della formazione e l'insegnamento presso il Regio Istituto Artistico Industriale a Roma
Paolo Melis : Mario Ridolfi e Adalberto Libera
Federico Bellini : Ridolfi e l'architettura in Italia negli anni Trenta
Guglielmo Monti : Mario Ridolfi e il razionalismo
Sergio Poretti : Il modo di costruire di Ridolfi
Giuseppe Bonaccorso : Mario Ridolfi e la cultura tedesca: frequentazioni, influenze e progetti tra il 1933 e il 1938
Wolfgang Voigt : “forma costruita” e folklore italiano: da Paul Schmitthenner a Mario Ridolfi
Valerio Palmieri : Ridolfi e Bruno Zevi: L'APAO, “Metron” e Manuale dell'architetto
Harmut Frank : Architettura dello Heimatschutz in Germania e neorealismo italiano
Federico Bellini parla degli anni giovanili dell'architetto. L'eposizione è molto interessante e scorrevole, ma a causa della velocità, si fatica a prendere appunti.
Progetto fondamentale è la Torre per Ristoranti, presentata all' esposizione italiana dell'architettura razionale del 1928,di cui ne fu l'edificio simbolo. Si tratta di una torre di 11 piani circolari, traslati di 1/10 di circonferenza ad ogni piano, con i centri passanti per un elica cilindrica. Rimarrà solo un progetto, ma questa idea verrà ripresa in seguito nel Motel Agip. Ispirazione alla Torre, come lo stesso Ridolfi afferma, fu la colonna tortile del baldacchino di San Pietro, ma anche l'albero motore di una macchina, ricordo del lavoro giovanile come disegnatore in industria.
Una simile ispirazione, si ritrova nel progetto per il Palazzo Littorio, che segue la stessa forma del colonnato del Bernini a San Pietro. L'oggetto da cui è presa ispirazione, viene decostruito, decontestualizzato, e rimontato.
Sergio Poretti espone il modo di costruire di Ridolfi, attravero due progetti esemplificativi: Il palazzo delle poste di Piazza Bologna, e le Torri di Viale Etiopia.
Il primo, percepito come una facciata muraria, ha in realtà uno scheletro: è una costruzione mista, in cui il calcestruzzo armato collabora con il sistema architravato, sia strutturalmente che architettonicamente, al contrario del resto d'Europa, in cui i due sono indipendenti.
Ridolfi si stacca dalla tendenza all'astrattezza del panorama italiano. Infatti, pur avendo inizialmente pensato ad un rivestimento in lastre sottili, passa in seguito a dei listelli spessi 5 cm, i quali rendono arduo il lavoro di cantiere, avendo tutti una curvatura diversa. E' così costretto a disegnarli tutti in scala 1:1, entrando in contatto con il progetto esecutivo. Per questa complessità, si giungerà all'inaugurazione con degli stucchi in falso travertino molto costosi. Dal rivestimento, emerge lo scheletro, visibile attraverso le pensiline . Sul retro sono presenti 8 telai di 10 m di luce. C'è uno sbalzo di 10 m con una soletta parabolica, non visibile, poichè incorporata in facciata. Ciò permette di creare una finestra a nastro senza interruzioni. Il salone prende luce dal retro.
Con le Torri di Viale Etiopia si verifica un'inversione culturale ed architettonica: non c'è più il rivestimento. E' una struttura mista in cemento armato e laterizi, con la struttura a vista.
Il telaio è indipendente, ma è portato in facciata come intelaiatura della parete. La maglia non è regolare. Strutturalmente, c'è un telaio anulare portante, e travi di spina. La spina centrale è più rigida di quella anulare, che è un appoggio leggero per il solaio. In senso trasversale non ci sono travi portanti. Con questo sistema rinuncia alla pianta libera, ma ritiene di avere più libertà, potendo così risolvere ciascun punto ottimizando e modificando. Tutte le travi sono di dimensioni diverse. L' attacco a terra è molto solido, come nella costruzione muraria. Sarà lo stesso Ridolfi, ad indicare all'ingegner Careca come sfruttare al meglio il sistema laterocementizio per la progettazione della carpenteria. Elimina infine la gerarchia tra la struttura e le restanti parti della costruzione: il sottofinestra in ceramica può diventare più importante di un pilastro in cemento armato.
Il convegno prosegue il giorno successivo al Palazzo Comunale di Terni. Gli interventi previsti durante tutta la giornata sono:
Renato Nicolini : Ridolfi e la politica nel passaggio dagli anni della guerra alla ricostruzione
Francesco Cellini : Mario Ridolfi e il disegno
Giorgio Ciucci : Ridolfi e L'INA casa
Vanna Fraticelli : Ridolfi e le case popolari
Giorgio Muratore : le ultime opere romane
Claudio D'Amato : Il motel Agip a Settebagni
Aldo Tarquini : I progetti per la città di Terni
Franco Purini : La scuola media di Terni
Jean Louis Cohen : La figura di Ridolfi nell'ambito dell'architettura italiana e internazionale
Alessandro Anselmi : L'architettura e la figura di Ridolfi viste da un architetto italiano di oggi
Margherita Guccione : L'archivio di Mario Ridolfi: bilanci e prospettive
Francesco Cellini espone le tecniche usate da Ridolfi nel disegnare. La maggior parte degli elaborati sono realizzati a mano libera, poichè c'è maggiore continuità tra il pensiero e la mano che disegna. In genere usa delle proiezioni ortogonali, raramente utilizza la prospettiva. I suoi disegni sono molto complessi, elaborati, composti da vari disegni sovrapposti, anche a scale diverse, piante, prospetti, sezioni, spesso realizzati su diversi fogli di lucido, riuniti con del nastro sul lato posteriore. Sono in genere disegni fatti dall'architetto per l'architetto, perchè incomprensibili ai più. Per gli esecutori, realizza disegni più semplici. I suoi disegni possono essere definiti come “il diagramma di un'esplorazione dello spazio”. Sono molto dettagliati anche per quanto riguarda annotazioni, quote, misure, che sono spesso in sovrannumero e superflue. Ha una concezione dell'organismo come organismo complesso, e dà molta importanza all'interno.
Un disegno caratteristico di Ridolfi, è il cemento armato architettonico, cioè un'assonometria dello scheletro, grazie a cui in seguito, può decidere come mettere le parti dell'organismo: “carne, muscoli, pelle...”.
Claudio D'Amato Guerrieri parla del Motel Agip, partendo dall'esposizione della Torre dei Ristoranti, fondamentale per la comprensione del Motel. Si rivela qui il tema dell'ascesa dinamica nelle scale, degli antecedenti figurativi, come il baldacchino di San Pietro, delle geometrie nello spazio, e delle sperimentazioni al limite. Definisce il Motel Agip come uno spazio organico, romano e antropomorfo.
Alessandro Anselmi cerca di spiegare il modo in cui si sente influenzato da Ridolfi.
Afferma che l'architetto ricerca una unitarietà, una forma strutturale ed una espressione. Fa un'architettura di telai, e per i telai, ma anche architettura per involucri e architettura delle masse. Quest'ultima è visibile nella Casa delle Streghe, dove scompone la massa per poi richiuderla tridimensionalmente. Utilizza la mansarda, fino ad allora impiegata raramente, e solo a Torino grazie alle influenze francesi, la quale ha una natura plastica, tridimensionale, al limite dell'architettura. Le aperture alla base, sono delle “mancanze” che fanno capire la presenza di un involucro che chiude le masse, non sono dei pilotis che sollevano da terra.
Il convegno si sarebbe dovuto chiudere con la conclusione di Paolo Portoghesi , andatosene però anzitempo, affermando che non era possibile arrivare ad una conclusione, poichè i pareri si sono rivelati discordanti (in particolare si è scostato dagli altri l'intervento di Muratori , che ha criticato le opere finali di Ridolfi).